Dopo la sbornia iniziale, iniziano a spuntare le prime spine per il nuovo social network. Lo “spazio per espressioni e conversazioni autentiche” fondato sulla condivisione di audio non registrabili né riproducibili in differita dedicati a “stanze” di utenti che possono intervenire se ammessi.

Clubhouse non tutela i dati personali degli utenti: l’analisi della privacy policy, infatti, evidenzia pesanti lacune nella conformità al GDPR e alla normativa europea sulla data protection.

Il social peraltro non fornisce spiegazioni né sui dati che raccoglie né su come vengono trattati. Dichiara semplicemente “la società non vende i tuoi dati personali ma potrebbe con condividerli con terze parti senza ulteriore avviso”.

Eliminare il profilo non aiuterà a tutelarti perché le tue informazioni rimarranno nei server societari ma non potrai sapere quali nello specifico.

L’altra questione scottante riguarda l’obbligo di fornire all’app l’accesso alla tua rubrica del telefono, esattamente come fanno Whatsapp e Telegram.
La condivisione volontaria dei dati di rubrica, anche se di fatto serve a far funzionare il sistema degli inviti è un passaggio praticamente obbligato ma particolarmente invasivo.
In questo modo Clubhouse si prende il permesso di sfruttare una grande quantità di dati per poter ricostruire l’identikit di un gran numero di persone, molte delle quali non sono nemmeno a conoscenza dell’app.

Pensaci bene, puoi concedere i tuoi dati e quelli dei tuoi contatti ai nuovi server con un banalissimo click.

 

 

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